off topic – leggere è dimenticare
Il caso "Poirot a Stayles Court"
Se avete mai preso in mano un libro con l’intenzione di leggerlo per poi aprirlo e scoprire, dopo poche pagine o scorgendo annotazioni e orecchie qua e là, di averlo già letto e di non ricordare assolutamente di averlo fatto, questo post(o) fa per voi.
Per chi non mi conoscesse sono Nicholas e sono un libraio. Questo articolo non è Non tutti i libri, la newsletter che vuole indicarvi i titoli migliori da recuperare, ma off topic, un interludio ormai non troppo puntuale in cui parliamo di argomenti sempre relativi al mondo dei libri.
Quanti libri leggiamo nell’arco di un anno? Dieci? Quindici? Trenta? Duecento?
Quante trame, snodi o personaggi ricordiamo, al netto di tutto?
Ho un debole per i libri voluminosi, lo ammetto (di recente mi hanno regalato FOX dell’unica e insuperabile Joyce Carol Oates) ma potrei passare mesi, se non anni, a leggere un unico libro, e questo mi capita specialmente (sempre con i libri voluminosi) con quelli a cui tengo di più.
Un esempio: Ho impiegato circa un anno per leggere Mondo senza fine di Ken Follett, che poi si è rivelato essere, secondo me, il suo miglior romanzo (e dunque essere uno dei miei romanzi preferiti) e ho impiegato così tanto tempo proprio perché è stata una lettura in cui mi sono completamente immerso. Alle volte, specialmente in estate, stavo sveglio fino all’una o alle due di notte per continuare a leggere, ma non potevo leggerlo troppo in fretta. Ho alternato con romanzi e saggi più brevi, che mi dessero modo di “assimilare” tutti gli eventi, i pensieri e gli snodi che si vanno ad alternare in un romanzo di oltre mille pagine.
Questo per dire che romanzi del genere, anche a distanza di anni, ce li ricordiamo, in particolar modo per il fatto che abbiamo passato sulle sue pagine una grande quantità di tempo.
Ci sono altri romanzi, prendiamo per esempio Misery del mio amato Stephen King, o Frankenstein di Mary Shelley, che ho letto in un paio di giorni, ma che mi sono rimasti così tanto impressi nella mente, come se avessero tracciato un solco nella mia memoria, che ancora ora ricordo le parti in cui mi sono di più spaventato o, anche, divertito.
Quando ancora lavoravo in una libreria diversa da quella in cui ora sono, ho iniziato ad ascoltare un audiolibro molto particolare, perché narrato da più voci nei panni di vari personaggi. Poirot a Styles Court, di Agatha Christie, autrice dei più noti Assassinio sull’Orient Express o Dieci piccoli indiani. E non rimase nessuno, due romanzi che ho letto in breve periodo ma che ho ancora ben impressi nella mente. Quando ho finito di lavorare in quella libreria ho bloccato tutti i libri (e dunque gli audiolibri) che leggevo, dunque anche Styles Court.
Bene, e quindi? vi domanderete.
Quando, mesi dopo, ho ripreso in mano il romanzo per iniziare a leggerlo, mi sono accorto che, in alcuni punti, era sottolineato e annotato. Lo avevo già letto, e non ricordavo assolutamente nulla, e la cosa che più mi ha sorpreso è che, ascoltando l’audiolibro, non avevo avuto la minima intuizione rivelatrice. Non ricordavo di averlo letto.
Per un piccolo periodo sono rimasto bloccato, pensando a quale senso poteva avere leggere i libri che poi non rimanevano nella nostra memoria. Perché continuare? Questa era la domanda che mi affliggeva, fino a quando, leggendo un saggio di critica narrativa di cui ora non ricordo né il titolo né l’autore (sic) mi sono imbattuto in una frase il cui concetto era: leggiamo affinché le sensazioni che proviamo leggendo rimangano in noi più delle parole.
Leggere è dimenticare, sì, ma dimenticare le parole, non le emozioni. Quello che in questo articolo voglio dire è che non importa se non ci ricordiamo di che colore aveva i capelli la mamma di Harry Potter la prima volta che viene descritta, o quali parole dice Gandalf quando vede Frodo per l’ultima volta, l’importante è sentirsi a Hogwarts quando c’è bisogno di quello, è sentire l’ombra degli alberi vicini a Isengard o ricordarsi cosa si prova quando si cammina per Jackson Street, a Derry. Questo fa la letteratura: crea emozioni che, se ben coltivate dalle parole che poi saranno anche e forse dimenticate, saranno per sempre parte della nostra vita, parte del nostro essere e della nostra memoria, la nostra identità.
Se siete arrivate e arrivati fino a qui, vi ringrazio. Nei commenti spero di leggervi e confrontarmi con voi.
Lunghe notti e piacevoli giorni.
Nicholas

Grande Nicholas!
Mi ritrovo molto nel tuo ragionamento: da lettore vorace fatico a ricordare trame e dettagli, ma le sensazioni provate restano, eccome!
(Scoviamo il saggio cui accenni, sono supercurioso!)
Grazie e un abbraccio! 😊